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Brioni ora fa il giro del mondo in 80 boutique – foto –

E’ salito a 84, a fine dello scorso ottobre, il numero complessivo delle boutique di Brioni, l’azienda abruzzese (ma nata a Roma nel 1945) “ambasciatrice” internazionale dell’alta moda maschile made in Italy. Tuttavia, solo sei di questi store sono in Italia (tutti monomarca di proprietà) contro la sovrabbondante presenza, tra negozi diretti o in franchising, nel resto del mondo. E altre aperture oltre confine sono in lista d’attesa, per ora top secret.

Degli attuali 78 negozi di Brioni nel mondo, 33 appartengono direttamente all’azienda, mentre 45 sono a conduzione franchising. Tre nazioni sono in cima alla classifica in quanto a punti vendita: Cina, al primo posto, con 14 boutique, seguita da Giappone (9) e Stati Uniti (8). Qui, a New York, nel 1982, venne aperto il primo negozio fuori dall’Italia. In Europa oggi è l’Est a primeggiare, con la Russia e i suoi sei punti vendita, quattro dei quali nella sola Mosca. Tre le boutique in Spagna e altrettante in Gran Bretagna (ma nella sola Londra).

Tra il 90 e il 95% delle vendite delle collezioni Brioni deriva dai mercati esteri, con Stati Uniti in testa (circa il 25%), seguiti da Russia, Cina e i Paesi europei. Lungo l’elenco, anche quest’anno, dei Vip testimonial dell’eleganza Brioni. Hanno vestito abiti della maison italiana, tra gli altri, Mandy Patinkin, Giorgio Avola, Richard Gere, Kun Chen, Kristian Schuller, John Travolta, John Mayer e Nas, Jon Hamm, Hans Hulrich, Gerard Butler, Morgan Freeman, Geoffrey Rush, Leonardo Di Caprio, Lee Daniels, Danny Huston.

Consistenza della rete di boutique, mercati di riferimento e caratura dei testimonial esprimono bene, insieme, il livello di internazionalizzazione raggiunto dalla maison italiana che si sta avvicinando al traguardo dei 70 anni di vita (nel 2015). Dentro questi risultati è possibile leggere le linee di sviluppo di Brioni. Oltre alla scelta ormai strategica per la Cina (dove è stata aperta la quarta filiale aziendale, a Shangai, per sostenere i punti vendita, sede locale che si aggiunge alle altre “gemmazioni” storiche di Brioni nel mondo, a New York, Londra e Tokio), si scorge un interesse a tutto campo nel globo. Proiezione estera che quest’anno è stata confermata con le recentissime aperture di boutique in Medio Oriente (la seconda ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi, e la prima a Kuwait City), e con le altre effettuate negli Usa (3, Chicago, Costa Mesa e Bal Harbour), a Panama City, a Singapore (con il nuovo store concept in occasione della prima boutique), a Seoul, in Corea del Sud e, da ultimo, in Europa, a Vienna, nel cosiddetto quartiere dorato della città.

Certo, il Far East e il Medio Oriente appaiono mercati di approdo privilegiati, e Brioni, in questo orizzonte, è favorita dalla lunga esperienza maturata in questi mercati dall’amministratore delegato, Francesco Pesci (nella prima foto al fondo dell'articolo), che in quella parte di mondo ha operato in passato sia alle dipendenze dell’azienda sia di un’altra grande casa italiana del lusso come Damiani.

Una storia di presenza sui mercati esteri, quella di Brioni, che ha radici profonde, negli anni 50 e 60, quando la sartoria inventata da Nazareno Fonticoli e Gaetano Savini già a pochi anni dalla fondazione diventò marchio di riferimento per il mondo dello spettacolo, delle istituzioni e degli affari anche oltre Atlantico.

Il recente passaggio di Brioni nella galassia della francese Kering, leader mondiale nell’abbigliamento e negli accessori (titolare di marchi, tra i quali, Gucci, Saint Laurent, Girard-Perregaux, Puma e Bottega Veneta), sta continuando a garantire sviluppo all’azienda il cui giro d’affari si attesterebbe sui 200 milioni di euro (anche se l’azienda, interpellata in proposito, non dà valori ufficiali). Restano, dunque, le cifre di incremento delle aperture di boutique, dei capi prodotti all’anno (60mila, secondo fonti di produzione) e del livello di valore degli abiti (tra i 3mila e i 50mila euro l’uno) a testimoniare di un’azienda in salute e di elevata eccellenza che può dire di aver lasciato alle spalle la crisi del 2009, a cui ha fatto seguito l’acquisizione di Kering a fine 2011.

Situazione economica della società e livello di internazionalizzazione sono i valori positivi che stanno facendo bene anche all’occupazione negli insediamenti produttivi tutti italiani della Brioni (circa 1.500 persone tra operatori, tecnici e responsabili), a partire da quello di Penne (oltre 800 dipendenti), nel Pescarese. Qui nascono i capi-spalla, mentre le camicie vengono prodotte a Bergamo, le cravatte a Montesilvano, scarpe e accessori dell’abbigliamento in due sartorie nel Bolognese, la maglieria a Civitella Casanova, lo sportweare a Montebello di Bertona. Il resto del totale dei dipendenti (circa 1.800) è attivo nelle filiali e negli store esteri.

Ha, per molti aspetti, un che di spettacolare compiere una visita all’interno dello stabilimento di Penne durante un turno (dei due) di lavoro di operatori e tecnici. Guidati da Francesco Marrone, giovane sarto modellista ma di grande esperienza in azienda (nella seconda foto al fondo dell’articolo), ci si trova nel mezzo di un’organizzazione industriale che però ha mantenuto il sistema produttivo di una sartoria. Tutto è fatto a mano, solo qua e là sulle postazioni di lavoro e in alcune isole dei reparti, ci sono macchina da cucire e ferri da stiro per realizzare le collezioni affidate al direttore creativo Brendan Mullane (l’ufficio stile di Brioni è a Roma). La produzione dei capi viene realizzata solo sulla base degli ordini che vengono fatti dalle boutique e di quelli che provengono dal servizio “su misura”, che permette di raggiungere il cliente ovunque si trovi per assecondarne non solo fitting e taglie ma anche modo di indossare e vivere l’abito, l’ergonomia e lo stile di vita. Marrone è spesso uno di questi “inviati speciali” nel mondo.

A Penne sono conservati tutti i cartamodelli (poi trasformati in modelli in plastica) dei clienti mondiali di Brioni mentre nel magazzino c’è spazio per almeno 250mila metri quadrati di tessuto. Luogo “sacro” della fabbrica è il cosiddetto tribunale, il banco dove vengono esaminati, sotto un controllo di qualità “maniacale”, tutti i tessuti. La grande sartoria di Penne vede gli operatori (in larghissima parte donne) impegnati al lavoro su singoli pezzi dell’abito, che emerge progressivamente come frutto di un’opera collettiva. Sono circa 20 le ore che Brioni dedica alla realizzazione, per esempio, di un abito, quando in aziende di produzione esclusivamente industriale ne bastano una, massimo due. La forza dell’azienda abruzzese sta nell’aver fatto coincidere la sartoria classica con i tempi (seppur dilatati) dell’industria, andando ad applicare i processi tecnologici solo laddove è possibile velocizzare il processo produttivo senza intaccare la qualità sartoriale. Non vengono effettuate lavorazioni di fusione né di incollaggio, e anche il lavoro sulle fodere viene realizzato a mano, con una cura particolare al rispetto dell’elasticità del tessuto. E il lavoro a mano è sacrosanto, persino nelle asole. Ogni capo viene collaudato, lasciato a riposo e a temperature controllate, con un’attenzione anche alle caratteristiche dei luoghi in cui l’abito è destinato a essere vestito.

Il sito di Brioni

 

La photogallery

 

Francesco Pesci

 

 

 

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